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contributo inviato da qualcosadiriformista il 3 maggio 2012

Che ci fanno i partiti con i soldi pubblici?

Le letture di questi giorni ci dicono la “mezza verità”. Non dicono ad esempio che non tutti usano i soldi alla stessa maniera. Ci sono quelli che tengono in vita le sedi per fare anche i corsi di italiano per stranieri, o l’assistenza fiscale sottocosto, o semplicemente tengono aperto uno spazio di incontro.

Ci sono quelli che sono così fessi da usare il finanziamento pubblico per mettere in piedi e promuovere incontri e confronti in cui magari verranno anche contestati dall’ultimo arrivato, che in democrazia conta quanto il primo.

Costoro (i fessi) sono molto spesso democratici.

A questo punto della vicenda “finanziamento pubblico” tali attività andrebbero forse raccontate di più, così come forse andrebbe studiato una sorta di “bilancio sociale” per evidenziarle.

Quante iniziative, quanti comizi, quante raccolte di firme, quante attività sociali e culturali etc. etc.

Un esempio per capirci. Il 5 maggio ci sarà a Roma un’importante iniziativa per non svendere il 21% di Acea Ciò è possibile anche grazie ai soldi del finanziamento pubblico. Tuttavia quei soldi di finanziamento pubblico consentiranno non solo di dare voce a migliaia di cittadini, ma puntano ad evitare un danno economico di centinaia di milioni di euro a Roma Capitale: fatevi voi il conto. Con una battuta: la buona politica produce utili.

Rendere conto dell’uso è più importante che dimezzare le risorse: se non si riesce a dire che si spendono bene i soldi, qualsiasi cifra – anche 1 centesimo- non sarebbe giustificata.

La verità è che moltissimi cittadini, anche quelli che poi danno un altro voto, hanno “toccato con mano” il PD, l’attivismo politico, la militanza, il volontariato, lo spirito di solidarietà generalmente diffuso.

Questa è una caratteristica che connota gran parte del PD e ne fa un soggetto diverso, direi: migliore, di tanti altri.

Resta, nonostante questo, l’evidenza di un atteggiamento contro il PD di una parte ampia dell’opinione pubblica e che ha un’origine che non va sottovalutata.

Ci sono dei comportamenti e delle pratiche individuali o di gruppi (leggi correnti e sub correnti) del PD che non dovrebbero essere compatibili con il partito stesso.

In questa fase vale la pena fare uno sforzo non di contabilità ma di politica: allontanare quelli che, pur accumulando preferenze personali, tolgono prestigio e credibilità al partito.

Non è un caso che spesso le peggiori performance elettorali, nel Lazio ma non solo, il PD le ha dove il tasso di preferenze è più alto.

I primi a farsi sentire in questo senso dovrebbero essere quei dirigenti, quadri, militanti che fanno o almeno aspirano a fare la “bella politica”, che mettono in campo iniziative e attività per la comunità (nazionale o locale) in cui operano, che danno il loro tempo e il loro impegno ad una pratica politica sana.

Se queste voci non si levano – nei modi e nei luoghi idonei (lo stile non è l’ultimo dei problemi)- il nodo non verrà mai risolto e anzi la non soluzione di fatto legittimerà sempre più le cattive pratiche.

Il momento per farlo? Adesso.

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qualcosadiriformista
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